Racconti Brevi

Qui ci sono alcuni dei miei brevi racconti.

 

E se leggendo avrete voglia di scoprire quali altri folli resoconti abbia scritto... googlate Stefania Cicerchia Il mio labirinto. E una volta entrati nel mio mondo, chissà che non vi sfiori lo stravagante pensiero di acquistare una copia della mia raccolta:

"Il mio labirinto: viaggio attraverso le visioni di un folle". (Cartaceo 7,50 - Ebook a 0,99)

 


Black Swan

Nel sogno, niente ha importanza. Non c’è alcun significato nei sogni. Stavo sognando di tramutarmi in un cigno. No, non pensare che sia poi tanto stravagante.

Osservando il cielo, mi sento quasi un fuggitivo. Mi guardo allo specchio e stento a riconoscermi nell’immagine riflessa. Osservo la mia faccia, mi diverto a fare smorfie, poi indosso la maschera del giorno e scendo in strada. Cammino fra la gente. Sul viso stampata l’immagine della brava ragazza: cordiale e gentile con tutti. Non posso tornare indietro. Corro attraverso il tunnel dell’ipocrisia. Mostro a tutti coloro che non mi conoscono, un lato di me che non esiste. Come in un quadro, mi diverto a dipingere un mare pieno di gente, scampata ad un naufragio. Sogno l’irreale. Sogno di tramutarmi in cigno e di veder risplendere sotto di me l’azzurro di un lago cristallino. Credo di essere io, quella riflessa nell’acqua o forse è un altro sogno, come la frase scritta su quel pezzo di carta che tengo affisso alla parete della mia stanza. La carta con gli anni si è ingiallita e la scritta è sbiadita quasi del tutto: “mai ti è dato un desiderio, senza che ti sia dato anche il potere di realizzarlo”. Lo scrisse Richard Bach in uno dei suoi  libri. Era all’inizio della sua carriera letteraria. Erano i suoi libri migliori, quelli che ho amato di più. Pieni di sogni e di speranze.

Maschere. Soltanto maschere: è questo quello che siamo. Travestimenti temporanei. Inutile pensare di tramutarsi in cigno se siamo ossessionati dall’incubo del brutto anatroccolo. Allora, che senso ha mascherarsi? In passato, le classi sociali più povere sfruttavano il carnevale per prendersi gioco dei loro padroni. Oggi, tutti si sentono liberi. Eppure, esistono ancora servi e padroni.

Cammino dentro me. Osservo ogni più piccola parte della mia anima, senza riuscire a coglierne i reali contorni. Mi perdo nel silenzio di note immaginarie. È tutto così black…

“Black swan”.

Le parole risuonano nella mia mente. Le persone ordinarie, usano dire: la pecora nera. Ma per me è diverso. A me piace pensare alla figura di un cigno dal colore scuro come la notte.

Black swan: è questo il mio ritornello.

Lo ripeto a me stessa e a nessun altro, cosicché nessuno possa paragonare il mio pensiero a qualcosa di ridicolo. Chiamatemi pazza o anticonformista. Pensate ciò che volete, non ha importanza. Continuerò a uscire in strada con la maschera della brava ragazza. Continuerò a far credere a tutti coloro che amo di essere ciò che loro si aspettano. E poi chiuderò la porta dietro di me, in modo che non possa entrare nessuno. Metterò su un cd di Elisa e con la musica a tutto volume mi dedicherò a quello che so fare meglio.

Camminando su te stesso. Hai mai provato a guardarti dentro, tanto da sembrare di stare in equilibrio su di un filo d’acciaio, così come fanno gli equilibristi? Pensa a quel filo come a una parte del tuo essere e ti sembrerà di essere sospeso nell’aria, a camminare sulla tua anima. È quello che mi riesce meglio: vendere sogni dentro scatole di cartone, come fossero caramelle regalate a dei bambini golosi. E se tutto questo ti sembra assurdo. Se non trovi un senso alle  parole che ho scritto. Non farci caso. È solo un modo per ingannare il tempo. È solo una delle tante maschere che indosso. Oggi è cosi che mi sento: black swan.

 


Quasi manca l'aria

“La verità si troverebbe nel mezzo? Nient'affatto. Solo nella profondità.”

Arthur Schnitzler

 

“Uno sguardo dell’anima, che nella trasparenza delle sue note riflette l’indicibile, ciò che non può essere detto, incluso il rinnegare Dio per amore”

Antonio Latella

 

Trasparenza è la parola chiave. Come un pavimento di vetri rotti, simbolo di fragilità e dolore: la trasparenza dell'essere.

 

 

“Quasi manca l’aria...

Mi manchi, eppur ci sei.

Desiderio: maledetta voglia,

che mi prende all’improvviso.

Non mi sento passionale.

Sono un essere che ama solo se stesso”.

 

No, non sono un animale. Sono un essere che ti vuole ancora.

Dio, quasi manca l’aria…

Manca il contatto che avevo insieme a te.

Ma, ora che sono qui nel buio che mi avvolge, io sento solo te.

A volte, mi sembra di toccare questa aria che spinge verso te.

È un’onda che piano, piano sale e mi tiene, forte, stretta  a te.

È come scendere e salire. È danzare da sola e poi con te.

E poi, sento le tue mani che scorrono sopra di me.

Un solo, lento e febbrile tocco che mi fa gemere.

E l’aria. Lei mi avvolge sempre e la sento scorrere sopra di me.

Sopra il mio corpo nudo che qui giace, in attesa che qualcuno lo prenda e lo faccia suo per sempre, anche se un sempre poi, alla fine, non c’è. È solo un attimo di follia che preme sul mio spirito. È aria, solamente aria che mi avvolge e preme contro te. Ti sento, lentamente muovere e salire e scendere in me. È folle, sì lo so è folle, ma io ti sento dentro di me, anche se tu non ci sei: ti sento scorrere dentro me. Nell’aria vedo il tuo spirito che preme forte dentro il mio. Si fonde come un solo essere e traspare come l’aria in me. Sincero, cristallino e nobile, poi sale e traspare in me. La trasparenza del tuo spirito mi assale: la sento dentro di me. Poi, scende piano, piano dentro me e mi prende, mi preme contro te. È un’onda che mi avvolge tutta e poi, mi stringe e mi fa godere. Mi giro, lentamente prendo una boccata d’aria e fumo il narghilè. Guardo assopita il fumo che ci avvolge e tutto traspare. Ti vedo, un po’ appannato e poi, di nuovo, tutto traspare. Mi sembra di sentirti parlare e ti ascolto mentre dici che mi vuoi sentire forte gemere. Lo faccio: grido forte che sono tua e tu gridi forte che sei mio. Poi vieni, lentamente su di me e bagni il mio essere. Io giaccio, sopra un pavimento che a un tratto sembra polvere. E tutto sembra ghiacciare dentro me. La terra sembra cedere. Il corpo si rilascia e dentro me il vuoto torna a crescere. Mi alzo e cammino piano, come se dovessi attraversare un pavimento di vetri rotti. Fragile, ora mi sento fragile e mi accorgo che era tutta una bugia. Tu siedi, ti rivesti e poi ti sdrai. Io siedo, nuda, su di te. Ti fisso, guardo nei tuoi occhi e poi, distratta, prendo il narghilè. Aspiro lentamente il fumo, che a tratti esce dalle mie narici e, piano, scende su di te. Ti apro la chiusura lampo dei jeans e infilo una mano per ricominciare. Ti costringo a prendermi di nuovo e mi muovo su di te. Ti osservo lentamente chiudere gli occhi e penso che è finita qui. Sei stanco, troppo stanco per decidere se è il caso di dirmi basta oppure no. Sussurri non so quale frase che non sento, o non voglio capire. Ti prendo il capo fra le mani e guardo dritto verso te. È strano, a un tratto non sei più quello che voglio, sei solo un altro narghilè. Ti assaggio e sento l’aria scendere e salire forte dentro me. Respiro lentamente e poi riprendo, distratta, il narghilè. Ti bacio mentre fumo e poi, mi alzo e ti lascio lì. Mi vesto, sento il corpo fremere in un brivido caldo e assieme gelido. Ti guardo, poi mi giro e vado via. Era un sogno o era una bugia? Una farsa, solo per giocare, o soltanto una mia fantasia? Eppure, sei venuto su di me e ancora sento il corpo umido del tuo fluido. Accendo il motore dell’auto ed il suono mi scalda l’anima. Abbasso piano il finestrino e guardo l’alba sorgere. C’è aria, solo aria attorno a me e il vento carezza il mio essere. Traspare, lenta, la mia anima che sale e scende verso non so che. È un sogno, solo un sogno e adesso so con precisione che tra poco la sveglia suonerà. Mi allungo verso il comodino e guardo l’ora prima di spegnerla. Il sole bacia la mia pelle, mentre apro la finestra e guardo fuori in cerca di un sogno da vivere. C’è aria, soltanto aria fuori e dentro me e tutto è trasparente e limpido. Il cielo ora non sorride più e la nebbia cala sopra la città. È presto, troppo presto per uscire e allora accendo il narghilè. Aspiro lentamente il fumo che riesce piano dalle mie narici e inebria tutto attorno a me. Traspare lentamente e poi sparisce… e l’aria continua a scorrere sopra di me.


Take on me

Rannicchiata su me stessa, guardo il mondo che mi circonda attraverso la fessura di una porta che è rimasta socchiusa, dentro me, ad aspettarti. Ma so che non ci sarà futuro. Non per noi, almeno.

Hai preso di me le cose migliori e me le hai fatte assaporare. Ora so come andare avanti. Prenderò di me le cose più belle, tutte quelle che riuscivi a fare uscire allo scoperto, anche solo con la tua presenza, a volte invisibile, altre concreta. Non aspetterò che arrivi qualcuno a prendermi per portarmi nel suo mondo, sarò io ad andare avanti in cerca della mia strada e se ci sarà qualcuno capace di seguirmi, allora, sarò io a prenderlo per mano, a mostrargli la mia vita, la mia essenza, la mia voglia di sorridere, di amare, di essere amata e di volare alto con lo sguardo nel cielo, con la voglia di raggiungere orizzonti lontani. Tutti quegli orizzonti che ho sempre sognato e che so, un giorno, non sembreranno più tanto irraggiungibili.

Prendimi, non lasciarmi andare, prendi qualcosa di me, falla volare alta nel cielo e guardala splendere come fosse una stella. Prendi il mio viso tra le mani, guardami negli occhi, lo vedi? È lì nel mio sguardo. È lì tutto il mio essere. Sfiora le mie labbra, dolcemente, con un dito e il sorriso che segue, lo vedi, è quello il segreto della mia gioia, della mia serenità. E se adesso ti avvicini con le labbra alle mie, sentirai il mio sapore, dolce, come il miele dell’eros che è in me, l’amore del quale sono sempre stata innamorata. Non tutti hanno saputo capire. Ma se saprai esplorarmi con cura, se avrai la pazienza di arrivare fino in fondo, fino a sfiorarmi l’anima con la carezza del tuo spirito, allora sarò io a prenderti, per mano, fino a posarla sul mio cuore, e sarò tua, soltanto, finché il tempo non sigillerà la nostra storia in uno splendido momento che durerà per sempre.

L’amore non ha durata, a volte lo vedi sbriciolare lentamente per poi svanire del tutto, altre volte invece sembra durare un’eternità fino a mutare nel più bello dei lieto fine: la follia. Sì, la follia di ridere, nonostante tutto, di andare avanti, nonostante le avversità, la passione che svanisce, gli anni che passano e il tempo che trasforma tutto, inevitabilmente, e che inconsapevolmente ti fa crescere, maturare, vivere.

Sono stanca di essere una parentesi, ferma qui, rannicchiata su me stessa, a guardare la vita scorrere. Ecco, mi stiro. Mi sveglio, mi alzo dal letto, apro la finestra della mia stanza e mi preparo per un’altra giornata. La pioggia scroscia lentamente, fa freddo fuori e allora chiudo i vetri, intirizzita, un pensiero triste mi sfiora, poi vola via e per un attimo il cielo sembra schiarirsi. Mi vesto, inizio a lavorare, poi comincio a scrivere, irrequieta, poi mi fermo, continuo a pensare, organizzo la giornata, guardo le ore passare, assaporo l’aria di una giornata come le altre, ma allo stesso tempo diversa. Oggi o domani, non so quando, non so dove né come, ma so che un giorno accadrà. Io ti troverò, così per caso, mi accorgerò che stai percorrendo la mia stessa strada, mi troverò a prenderti la mano, a guardarti osservare i miei passi leggeri, a immergerti nella mia vita, nella parte migliore di me, scoprendo pian piano anche la peggiore e assaporando ogni attimo come se fosse l’ultimo. Come se non ci fosse spazio, né tempo. Come se tutto fosse temporaneo. E sarà in quell’attimo, vissuto intensamente, che i nostri occhi si incroceranno, guardandosi d’un tratto per la prima volta.

Forse sarà un sogno e ci sveglieremo ridendone, senza dargli importanza. Forse sarà reale e ci sveglieremo assieme, per la prima volta, consapevoli che non sarà l’unica.

E allora sarai tu a prendermi, sulle note di una canzone...

 

“take on me, take me on...”

 

...prenderai qualcosa di me, la farai tua, la farai volare alta nel cielo, per poi abbassare lo sguardo su di me, sorridermi e dirmi, finalmente, “ti amo”.

 


Non dire gatto se non ce l'hai nel sacco

“Non dire matto se non ce l’hai nel sacco”, ripeté il gatto sbucando fuori dal cilindro rosso posto al centro del palco. Il muso appoggiato sui risvolti del cappello e la coda vibrante che pareva assumere le sembianze di un serpente erano le uniche parti del corpo visibili, il resto era troppo scuro per non confondersi col buio circostante.

“Gatto! Era gatto non matto!”, l’ammonì il cappellaio dal fondo della sala, completamente vuota.

Un flebile miagolio, lo sbattere degli enormi occhi gialli e il gemere del manto nero in un fremito di entusiasmo, furono le sue risposte. Poi il gatto sparì del tutto, facendosi beffe della notte e oltrepassando quel soffitto di stelle.

Il cappellaio raggiunse il palco, raccolse il cilindro e se lo mise sulla testa. Allargò le braccia e recitò la sua parte.

“Gatto, matto, sacco. Non è lo sproloquio di un pazzo”.

Alzò gli occhi al cielo, volgendosi alle stelle, poi li riabbassò verso la platea d’un tratto gremita di gente. Bambini e adulti: tutti accorsi a vedere lo spettacolo del gatto che sapeva parlare.

“Gatto, gatto, gatto!”, ripetevano i bambini in coro, incitando l’arrivo della star.

“Matto, matto, matto!”, rispondeva di rimando il cappellaio.

“Non dire matto se non ce l’hai nel sacco!”.

La voce arrivò dal cielo e il pubblico smise di proferire verbo, restando immobile ad aspettare: gli occhi dritti ad osservare il palco e lo sguardo perso nel vuoto, quasi fossero stati ipnotizzati.

Il gatto saltò giù da una stella e fece la sua comparsa. Gli spettatori restarono immobili, con le bocche semiaperte in un’espressione di stupore e impotenza.

“Ma cosa hai fatto?”, chiese il cappellaio al gatto. Ma quello non rispose, lo guardò con i suoi grandi occhi gialli, miagolò flebilmente e si aggomitolò al centro del palcoscenico, accanto ai suoi piedi, facendo toletta e alzando una delle zampe posteriori per leccarsi meglio.

“I gatti non parlano signori miei”, disse il cappellaio al pubblico ipnotizzato, “non parlano i gatti e non ascoltano le persone. In compenso c’è sempre qualcuno che ha voglia di crederci”.

“Matto!” gli urlò in faccia il gatto.

“Gatto!” gli rispose il cappellaio.

“Sacco!” esclamò qualcuno da dietro le quinte. Ed ecco che un enorme sacco di iuta cadde giù dal cielo, piombando in mezzo ai due protagonisti dello spettacolo. Il gatto e il cappellaio si avvicinarono per guardarci dentro, ma quello era chiuso stretto con uno spago e non c’era modo di aprirlo. Ci provarono in ogni modo, finché non lo misero sottosopra e lessero una scritta: “Lampo, tuono, fulmine e saetta… tira piano lo spago se vuoi ascoltare questa favoletta”.

Le unghie del gatto sferrarono un colpo andando a graffiare la mano del cappellaio che per errore gli aveva tirato la coda, invece dello spago.

“Matto!” gli urlò di nuovo in faccia il gatto.

“Gatto!” gli rispose ancora il cappellaio.

“Sacco!” ripeté qualcuno da dietro le quinte.

Ricordandosi della scritta, stavolta il cappellaio non sbagliò, tirò lo spago e il sacco si aprì.

“La testa! La testa! Tagliatele la testa!”, così dicendo la Regina di Cuori uscì dal sacco inseguita da un coniglio bianco vestito di tutto punto con tanto di panciotto e un orologio d’oro che gli pendeva dalla tasca. Il coniglio iniziò a correre in tondo attorno alla Regina per poi nascondersi sotto la sua gonna, mentre il gatto e il cappellaio osservavano la scena increduli.

“Sono in ritardo. Sono in ritardo!”, urlava il coniglio da sotto la veste della Regina che a sua volta gridava senza contegno: “Ora basta! Tagliategli la testa!” e intanto il gatto preso dall’istinto della caccia si preparava a puntare la preda e l’avrebbe anche presa se non fosse stato per il cappellaio che lo prese di nuovo per la coda, stavolta con coscienza.

“Matto!” gli urlò in faccia il gatto.

“Gatto!” gli rispose il cappellaio.

“Sacco!” esclamò la Regina di Cuori correndo verso quello che era stato il suo involucro e infilandocisi dentro, seguita dal bianconiglio. Il gatto provò a entrare anche lui, ma ne uscì subito assieme a una bambina dai lunghi capelli biondi.

“Matta!” le urlò in faccia il gatto.

“Gatta!” le inveì contro il cappellaio.

“Sacco matto!” gridò la bambina a entrambi.

“No! Scacco!”, le rispose il cappellaio.

“Sacco, sacco”, sbuffò il gatto.

“Sì, sacco matto lui. Sono Alice invece io”.

“Alice chi?”, chiese il gatto.

“Alice che racconta le favole delle meraviglie”

“Cosa c’è da raccontare?”, chiese il cappellaio.

“Una storia per fare addormentare”

“Perché dormire?”, chiese il gatto.

“Perché a stare svegli si può impazzire e le favole aiutano a sognare”

“Ma qui già dormono tutti”, disse il gatto.

“Questa è solo l’apparenza. Non sempre chi è sveglio è presente”.

“Raccontaci qualcosa di divertente”, sbuffò il gatto in tutta risposta. Ma, Alice era già svanita e al suo posto, sul palco, comparì una sedia.

“Matta!” urlò contro la sedia il gatto.

“Gatta!” gli fece eco il cappellaio matto.

La sedia sobbalzò di tutto punto, come fosse intrisa di vera vita. Le gambe di legno si mossero avanti e indietro ed essa cominciò a danzare, volteggiando su se stessa in preda a una serie di giravolte. Una musica assordante avvolse l'intero teatro e al centro del palco comparve un pianoforte. La sedia si fermò di fronte al piano e il cappellaio vi pose sopra il suo cilindro. I tasti, da soli, continuarono a suonare, il cilindro iniziò a cantare, il cappellaio saltellando si mise a ballare e il gatto, volgendo lo sguardo alla luna, cominciò a miagolare.

Dal sacco di iuta, rimasto aperto, uscì un attore dal volto coperto. Una maschera nera, come quella di pulcinella, nascondeva la sua faccia e nel fare un inchino al pubblico pagante, l'attore s'apprestava a recitar la sua parte.

 

"Su ieri e domani non abbiamo potere, ma sull'attimo presente possiamo operare. Che s'alzi il sipario su questa pazzia, perché di matti abbiamo bisogno per mutare la vita reale nel nostro più grande e irrealizzabile sogno".


Gli Angeli della Città

Immagino di camminare sopra le nuvole. Sento dentro me la voglia di evadere. Eppure resto qui, a pensare che alla fine non c’è niente di strano nella mia immaginazione. All’improvviso, svanisce la paura di apparire e sale la voglia di essere. Tutto resta precario, non resta niente di sicuro. Vivo la giornata continuando a perdermi col pensiero in riflessioni sterili. Cammino per la strada, attraverso le luci della città, alla ricerca di qualcosa che mi stupisca o che mi rapisca l’anima. Sento la presenza nell’aria di qualcosa che non riesco a vedere. Ma so che c’è. Esiste qualcosa che va al di là della mia immaginazione; che vola sopra di me aleggiando silenzioso sulle luci della mia anima. Continuo a vagare per la città. Non ha importanza dove mi porteranno i miei passi. Ovunque mi ritroverò non sarò solo. Ci sarà sempre qualcosa o qualcuno accanto a me. Forse, un angelo nascosto dietro le luci di una metropoli che sembra non accorgersi della vita che scorre lungo le strade affollate, piene di gente che cammina pensando a quello che l’aspetta.

Ho perso la strada. Non so dove sono capitato. Alla fine, penso che non è poi una cosa di grande rilevanza se conosco o meno la via del ritorno. In fondo, non ho mai saputo neanche quella dell’andata. Continuo a camminare. Mi ha fatto bene pensare. Alla fine sono arrivato, senza volerlo, proprio dove volevo. Sono arrivato a perdermi nel giardino dei miei pensieri. Ho visto tutto ciò che c’era da vedere: le cose che ho fatto, o almeno quelle che ricordo, i momenti passati a correre in preda alla fretta e al caos che ha sempre riempito la mia vita e quelli trascorsi fermo a riflettere sulla mia esistenza. In nessuno degli attimi trascorsi ho mai camminato lentamente, come sto facendo ora. In nessuno di questi momenti, mi sono mai soffermato davvero su quello che sarebbe potuto essere o su cosa ha davvero un senso.

Un passo dopo l’altro, passeggero del tempo che passa, continuo dritto verso una vita che aspetta solo me. Vado avanti, a volte mi fermo incuriosito a osservare la mia immagine riflessa sul finestrino di una delle tante macchine parcheggiate in seconda fila. Un vigile si ferma a scrivere sul blocchetto delle contravvenzioni, mentre dietro di lui un uomo di mezza età si affretta a raggiungerlo prima che abbia finito di scrivere. “Guardi, il proprietario sta arrivando”. Il vigile alza lo sguardo, assente. Mi fissa dritto negli occhi, nel volto un’espressione interrogativa. Non ha capito, o forse sì e non ha voluto ascoltare. Strappa il foglio e lo incastra tra il tergicristallo e il vetro dell’auto. Volta le spalle e si allontana. L’uomo, affannato, poggia una mano sulla portiera della propria macchina. Sputa la gomma da masticare per terra, qualche metro più in là, e afferra la multa con disinvoltura. Tutta fatica sprecata. Entra in macchina, abbassa il finestrino. Una pallottola di carta scende a toccare il cemento della strada, in preda al traffico. Il motore si scalda, si accende la luce bianca della retromarcia, qualche metro indietro, poi la prima e la macchina sfreccia via, veloce, allontanandosi dalla mia vista e dal vigile in divisa che continua a scrivere senza alzare la testa dal suo blocchetto bianco.

L’automobile avanza, a tutta velocità, riuscendo a passare il semaforo verde. Poco dopo, un bambino attraversa di corsa la strada, nel tentativo di riprendere il pallone da calcio, rotolato via. Una donna, in preda al panico, lo rincorre affannosamente per poi riprenderlo per un braccio, bloccandosi in mezzo alla strada. “Ringrazia il cielo che quella macchina non ti ha preso! Dio, mi hai fatto prendere un colpo! Ma ti rendi conto?”. La donna continua a parlare animosamente, anche dopo aver preso in braccio il figlio per portarlo via. Il vigile alza la testa dal suo blocco, osserva la scena in silenzio e poi riprende a scrivere, impassibile.

Un tassista finisce la sua corsa, dirigendosi in tutta fretta verso casa. Uno sguardo allo specchietto retrovisore ed ecco che l’immagine riflessa di un volto sconosciuto attrae la sua attenzione. Il piede destro si abbandona dolcemente sul pedale centrale, il sinistro spinge la frizione, mentre scala la marcia. Il taxi accosta a destra e si ferma. Il guidatore si volta incredulo nell’osservare il sedile vuoto. Eppure avrebbe giurato di aver visto qualcuno. Troppo lavoro, forse un po’ di stanchezza, si dice mentre ingrana la prima per partire di nuovo. Davanti a sé le macchine sembrano impazzite. Continua ad avanzare con il taxi, lentamente. Una macchina è uscita fuori strada. Nessun ferito. Solo un vigile a dirigere il traffico. Ecco poi, perché si creano gli ingorghi. Il tassista si lamenta, sbraita spazientito e inveisce contro il vigile urbano che sembra rallentare il traffico, invece di smaltirlo. Il semaforo diventa rosso e attorno è tutto un caos di macchine e di clacson che suonano.

 

Attraverso la strada, raggiungo un luogo più tranquillo e continuo a guardarmi attorno. Tutto resta immobile. Così, come era prima, la vita continua a scorrere. Le strade restano illuminate. La sera scende ad accarezzare il cielo terso con il rosso di un tramonto bellissimo che sembra non notare nessuno. Raccolgo i pensieri e vado avanti. Mi fermo ad osservare il tramonto e la sera che scende sopra la città. Ascolto i rumori del traffico e le chiacchiere della gente che mi passa accanto. Raccolgo il silenzio dei passanti solitari e le ciarle delle donne che passeggiano a braccetto, con in mano i pacchi della spesa. Le luci della città scorrono velocemente attraverso lo sguardo dei miei occhi. Immagino di non essere al centro di una folla solitaria, che vaga avanti e indietro, persa nell’individualità di ciascuno e unita dalla diffidenza di tutti. Cosa c’è di vero nell’immaginazione? Cosa c’è di sicuro nella precarietà dei giorni che passano, senza sapere a cosa ci portano? Non ha importanza: non c’è verità che non si possa immaginare e non c’è meta che non si possa raggiungere. Tutto è temporaneo e ogni cosa dura tanto quanto vogliamo che duri. Domani mi sveglierò avvolto dai suoni di questa metropoli, la stessa in cui vivo e sogno da una vita, e penserò agli angeli di questa città che passano il tempo a osservarci e a seguirci in silenzio. Domani, continuerò a camminare in mezzo alla gente pensando di essere l’unico e, al tempo stesso, consapevole di non esserlo. 


Non accettare caramelle dagli sconosciuti

Mamma me lo diceva sempre quando ero piccola: “non accettare caramelle dagli sconosciuti”. Ed io passavo le notti a sognare caramelle enormi, striate di mille colori, rotolare dalla vetta di una montagna scura, spinte da uomini senza faccia. Arrivate a valle, le caramelle sembravano ancora più grandi. Io restavo immobile a guardarle rotolare fino a fermarsi e, a dispetto di mia madre che restava a guardarmi austera dalla cima di una collina poco distante, prendevo trionfante una accetta dalle dimensioni ciclopiche e accettavo tutte le caramelle che mi trovavo davanti. “No!”, urlava mia madre. “Non devi accettare le caramelle degli sconosciuti”. E ogni notte così. Sempre lo stesso sogno ed io che mi svegliavo sudata e con la voglia di buttarmi sotto la doccia dopo una colazione ricca di zuccheri.

Una volta mia madre fu chiamata dalla Preside della scuola. Ancora me la ricordo, con quella sua faccia spigolosa che ricordava tanto uno di quegli strani quadri dello studio di mio zio, raffiguranti piccole forme astratte dai contorni sfumati di blu, che andavano a perdersi nel tramonto di un sole rosso fuoco, avvolto dall’alone di un triangolo giallo. Che strano, ogni volta che volgevo lo sguardo verso quel viso avvizzito non mi tornavano alla mente soltanto i quadri di zio Jò, ma anche i personaggi della serie di Star Trek, in particolare Spock, il venusiano. E se la Preside fosse stata veramente una venusiana? Beh, comunque, venusiana o no, quel giorno era davvero in preda a tutte le furie. Non mi ricordo cosa avessi combinato di tanto grave, ma mi ricordo perfettamente i tre giorni di punizione, chiusa in camera mia, a disegnare caramelle giganti e accette sanguinolente. In fondo alla pagina da disegno c’erano anche gli sconosciuti senza volto che ridevano, mentre le loro teste cadevano dal collo, tagliate di netto. Nella casetta che avevo disegnato in fondo, c’era sempre mia madre che cercava di urlami qualcosa. Questa volta però non poteva proprio lamentarsi di nulla, perché avevo dato un nome a tutti gli sconosciuti. Anche se erano senza volto, ero stata tanto brava da fare la loro conoscenza e avevo scritto i loro nomi su una targhetta attaccata al collo. C’era la preside Kowkaskj , la maestra Petroselli, il bidello Vincenzo assieme al suo fedele cane Puck e persino mia sorella, che doveva ancora nascere, ma già si stava formando all’interno del pancione della mamma, diventato ormai grande come un pallone da calcio.

Dopo aver visto i miei disegni, i miei genitori insistettero per farmi incontrare un uomo davvero strano, sempre vestito di blu, con cravatte lunghissime e austere, che mi mettevano soggezione. La mamma mi accompagnava una volta la settimana, ma restava sempre fuori dalla stanza. Era una camera grigia e scura e dovevo sdraiarmi su un lettino e parlare. A me non andava molto di parlare e un giorno mi addormentai pure. Un altro giorno giocherellai con le matite che mi ero portata da scuola e allora lui mi chiese di fare un disegno. Mi piaceva tanto disegnare. Volevo fare un sole grande e rosso, ma non avevo il pastello di quel colore. Quando quell’uomo strano si allontanò un attimo per andare al bagno, pensai al colore rosso del sangue e mi venne in mente di pungermi un dito con la punta della matita. Peccato solo che ci misi troppa forza e andò a finire che mi tagliai pure il polso. Ancora non capisco cosa avevano tutti da strillare tanto. In fondo, era solo un taglietto! Anche in ospedale erano tutti molto strani. Io credevo che sarei uscita subito, invece il giorno dopo mi cambiarono reparto e ci rimasi per un po’. Quando tornai a casa, mamma mi disse che dovevo cambiare scuola.

Andai in un istituto molto lontano da casa e pieno di gente stranissima. Molti di loro tremavano sempre ed alcuni, seduti su sedie con grandi ruote di metallo, se ne stavano ore a guardare fuori dalla finestra canticchiando strane filastrocche senza senso. Dal canto mio, mi guardavo bene dal fare stranezze. Cercavo di essere gentile con tutti e continuavo a seguire il consiglio di mia madre: “mai accettare caramelle dagli sconosciuti”. Di conseguenza, prima di prendere le caramelle che mi davano tutte le mattine assieme a un bicchierone d’acqua, col quale si faceva colazione tutti in fila indiana e ognuno attendendo il proprio turno, chiedevo sempre al signore in camice bianco di presentarsi e a mia volta urlavo forte il mio nome, cosicché nessuno avesse potuto dire che non avessimo fatto conoscenza. All’inizio,  ingoiavo sempre tutte le pillole così come mi dicevano di fare. Poi però, in seguito, arrivò un altro signore in camice bianco. Un tipo molto antipatico che non voleva assolutamente sentirci parlare e che ogni volta che gridavo forte il mio nome aspettando che anche lui si presentasse, invece di darmi le caramelle mi faceva infilare una camicia e mi rinchiudeva dentro una stanzona bianca e piena di cuscini alle pareti. Da allora, decisi di non chiedere più il nome a nessuno. Restarono tutti sconosciuti senza volto. Ed io stessa persi la mia identità, lentamente. Non urlai più il mio nome. Non feci sentire più la mia voce a nessuno. E ogni volta che prendevo le caramelle, in silenzio, le nascondevo sotto la lingua senza ingoiarle per poi riporle nel cassetto della mia stanza.

Un giorno i miei genitori mi vennero a trovare. Era tanto tempo che non li vedevo. Mamma sembrava invecchiata e papà aveva un’aria stanca e la fronte più alta. Forse perché c’erano meno capelli, non so, comunque anche lui pareva molto diverso da come lo ricordavo. Non dissero molto. Sembrava quasi che non ci conoscessimo. Allora, ebbi tanta voglia di parlare. Insomma, era tempo di dire qualcosa, almeno per rimediare a tutto quel tempo passato senza vederci. Pensai bene di ricominciare tutto daccapo e presentarmi come si conviene a una bambina bene educata.

“Buongiorno”, dissi. E la mamma invece di rispondere abbassò gli occhi in cerca del fazzoletto che stringeva fra le mani, tremando di paura e facendo degli strani rumori con la bocca, come quando ti va la saliva per storto o hai il singhiozzo. Papà invece fu più coraggioso e parlò a voce alta.

“Dottore! Dottore!”.

Ma come? Io non mi chiamavo dottore! E lui nemmeno! Possibile che non si ricordasse più nulla? E io che credevo volesse presentarsi, così come stavo per fare io. Beh, per lo meno stava urlando forte qualcosa. Magari era un buon segno, visto che lì dentro lo facevano spesso quasi tutti. Cominciai a fare così anch’io. Pensai che dicendo anch’io la stessa cosa, la situazione sarebbe migliorata. Forse, si sarebbe ricordato di me. Magari, mi avrebbe chiesto di tornare a casa con lui e la mamma. E chissà se mi avrebbero fatto giocare finalmente con la sorellina. Doveva essere nata da un pezzo. Mamma ormai aveva la pancia bella sgonfia! Ma quanto tempo era passato? Continuavo a stringere con le mani l’estremità di quel camice che mi avevano messo addosso. Un camicione lungo che mi stava pure largo, ma forse volevano che facessi bella figura davanti ai miei. Lo stringevo forte per darmi coraggio, perché avevo tanta paura a guardarli fisso negli occhi. Avevo paura che non mi volessero più bene come allora. Tenevo gli occhi bassi per rispetto, come mi aveva insegnato papà da piccola, quando camminavamo per le strade di paese e sentivo che tutti si baciavano le mani e abbassavano il capo nel salutarsi a vicenda. Ecco che papà parlava ancora.

“Dottore! Ha parlato! Dottore, venga! Dottore! Dottore!”.

Continuava a urlare quella parola strana. Ma che significava “dottore”? Allora alzai gli occhi, sperando che mio padre non la prendesse come una forma di mancanza di rispetto nei suoi confronti. Di mezzo a noi c’era un vetro lunghissimo, spesso e nemmeno tanto pulito. Non riuscivo a guardare mio padre negli occhi perché era girato di spalle. Mia madre continuava a strofinarsi il naso con quel bizzarro fazzoletto senza riuscire a dire una parola. D’un tratto, mi sembrò di vedere una quarta persona. Una ragazza che sembrava stare proprio di mezzo a noi. Anzi, no. Stava di fronte a me e mi fissava. Mi guardava dritto negli occhi, con quelle pupille grandi, dilatate e nere. Con quel camicione bianco e un po’ sporco al centro. I capelli cortissimi, bagnati e neri. La pelle scura e sudata. Le labbra carnose, rosee e seducenti come la pelle del viso, vellutata ma stranamente pallida e spenta. Che bella ragazza, pensai. Quanti anni avrà? Quattordici? Quindici? Chissà se da grande sarò bella come lei.

Il mio sguardo si perse nel riflesso nel vetro. Iniziai a guardare la macchia al centro del camicione bianco. Iniziava a ingrossarsi e diventava sempre più scura. Guardai meglio. Era un colore rosso scuro, come il sangue. All’improvviso mia madre alzò lo sguardo verso di me. I suoi occhi erano grandi e dilatati come quelli della ragazza nel vetro. Iniziò a urlare in preda al panico.

“Sangue! Sangue!”.

E adesso, che voleva dire? Prima papà “dottore” e poi mamma “sangue”. Non ci capivo più nulla. Provai a tirarmi indietro i capelli, che mi stavano pian piano scendendo davanti gli occhi e mi davano un gran fastidio. Poi però accadde una cosa stranissima. Mi sentivo le mani bagnate e non sapevo perché. Le guardai ed erano diventate tutte rosse. Chissà perché. Mi alzai un attimo in piedi e guardai sulla sedia dove ero seduta. Era tutta rossa, proprio in pizzo, dove stavo seduta io. Eppure, quel giorno non avevo giocato con i colori. Forse era arrivato davvero il momento di parlare. Ma cosa potevo dire? Ah sì! Potevo parlare come loro. Così mi avrebbero capito.

“Dottore! Dottore! Sangue! Sangue!”, urlai.

Si azzittirono entrambi, fermandosi a guardarmi attoniti. Ma come?, pensai, non si ricordano più di me? Forse non hanno capito. Allora urlai di nuovo, stavolta più forte.

“Dottore! Dottore! Sangue! Sangue!”.

Niente. Non mi rispondevano. O forse sì? Sì, sì! Meno male! Papà rispondeva. Diceva pure lui: “dottore! dottore!” a voce alta. Allora, continuai a gridare anch’io.

“Dottore! Dottore!”.

Dietro di me si spalancò una porta. Che bello, pensai. Ora mi portano al di là del vetro e riabbraccio mamma e papà. Forse domani torno a casa, finalmente. Entrò un signore con la barba grigia, folta, ma curata. Inforcava un paio di occhiali molto spessi e aveva in mano una siringa molto grande. Ero proprio felice: qualcuno finalmente mi aveva capito!

“Dottore! Dottore! Sangue! Sangue!”, gli gridai in faccia, ridendo a crepapelle. Ma lui non sembrò capire molto. Non rispose nulla. Mi prese soltanto per un braccio tirando forte. Forse, voleva che lo seguissi dai miei genitori.

“Dottore! Dottore! Sangue! Sangue!”, continuai ad urlare. E lui mi tirò su la manica e mi punse forte con quell’ago brutto e grosso, che spuntava dalla siringa. Che bello, però. Subito dopo vedevo tutto rosa e mi sentivo fragile, fragile e allo stesso tempo felice.

 

Quando mi svegliai, mamma e papà non c’erano più. Non c’era più nemmeno il signore con la barba. Ero sdraiata a letto, ma non potevo muovermi. Sentivo una cosa strana in mezzo alle gambe. Come se nelle mutande mi avessero infilato una spessa striscia di cotone. Però non potevo controllare perché avevo i polsi legati alla spalliera del letto e lo stesso valeva per le caviglie. Dalla finestra sopra il letto entrava una luce bellissima. Sicuramente fuori c’era un sole splendido. Peccato, mi sarebbe piaciuto uscire fuori a passeggiare con mamma e papà. Ora però non si poteva più fare. Ormai erano diventati sconosciuti anche loro e non si ricordavano più di me. Mi sa che mamma aveva ragione quando da piccola mi ripeteva: “non accettare caramelle dagli sconosciuti”. Forse, se non avessi perso tempo a disegnare tutti quegli stranissimi sogni, adesso mamma mi avrebbe spiegato finalmente cosa significava “accettare”.


La Sirena

 

“Chiudi gli occhi, prova a immaginare quanto immenso può essere l’orizzonte del mare”.

Riemersa dall’acqua, con le lunghe mani palmate ferme a toccare lo scoglio dove avrebbe posato le sue membra stanche per il lungo vagare, la metà donna di quel pesce azzurro, striato di mille colori, volse lo sguardo verso di me e iniziò a parlare.
“La mia anima volava selvaggia sopra un deserto vasto e immenso come quel dolore che mi stringeva in una morsa il cuore. Non avevo un rifugio, non sapevo dove andare o cosa fare se non continuare invano a vagare in un mondo per me privo di calore, verso un futuro incolore e segnato da un destino infame. Avevo perso la luce, cercavo solo un po’ di pace. La notte era fredda e buia e nel cielo nero bruciava forte il mio desiderio. Urlai tutta la mia rabbia alle onde che si scagliavano furiose contro gli scogli, gettai contro il vento gelido del Polo tutto il mio risentimento, affogai la mia violenza in quel Pacifico Oceano, ma non valse a nulla. Una notte scura, come la mia disperazione, mi portò conforto, mi ispirò speranza attraverso la luce fioca che illuminava un sottile specchio di luna bianca e candida, come il volo di un gabbiano sopra il mare calmo che accoglie sereno le prime luci dell’alba. Un’alba magica, un cielo limpido e vero come un sentimento nuovo che a un tratto faceva parte di me. La tempesta era passata e un raggio di sole illuminò quella strada che era rimasta al buio per troppo tempo. Io, Sirena, mi affacciai al mondo da uno scoglio e pregai, uscendo dalla schiuma del mare: ‘anima mia, impara di nuovo ad amare’.”
Mi rivolsi a lei, teneramente, decantandole la poesia che stavo scrivendo.

“Stella marina,
cuore di sirena,
che speri di
fare avverare
un sogno,
ma l’innocenza
della tua anima
rispecchia un sentimento
immenso e fragile.
Vorresti andare via
lontano ma,
non c’è nessuno
lì con te.
Ti prego,
aspettami:
vorrei sognare
un poco
insieme a te
che sei
in ogni momento
di pace che ho,
la mia voglia
di amare
e sperare
tu sei.
Tu respiri
sott’acqua
guardando la luce
del sole
che brilla
sopra la superficie.
Io mi tuffo
dal picco
di un’alta scogliera,
nuoto fin negli abissi
più profondi
del mare,
poi ti trovo
nascosta dietro
un piccolo scoglio
mio tesoro marino
respiri fra le mie mani.
Verso la superficie
nuoto con te vicino,
ma alla fine
mi accorgo
che la luce splendente
vive nella mia mente.
Luce forte del sole
le puoi solo far male,
lei si lascia cadere
io ritorno a sognare”.

Mai vidi un sorriso tanto radioso nascondere il sinistro tocco della morte che inesorabile venne a prenderla, portandola via. All’improvviso, quelle argentee squame si dissolsero in tante piccole bollicine d’acqua e la sua folta chioma verdastra si tramutò in schiuma di mare assieme a tutto il suo dolce, esile essere.

Sentii in me il dolce desiderio del naufragio e continuai a scrivere.

 

 

[Capitolo tratto dal libro fantasy "L'isola dei Sogni" (ancora in fase di svolgimento)]


E la luna resta sempre a guardare

La luna salì dal centro dell'oceano, s'affacciò alla finestra marina, facendo capolino fra le onde di un mare in tempesta. Posò lo sguardo sopra l'orizzonte, ebbra di luce, generatrice di un'aura di pace. Luna pensò al motivo per il quale alla nascita i suoi avevano deciso di dedicarle quel nome e sospirò languidamente, presa da quel fugace pensiero, mentre le mani scorrevano lente sul proprio ventre rigonfio. Ormai era l'ottavo mese e il piccolino stava già in posizione di lancio.

 

Francesco pensava che forse, spingendo più forte quelle piccole estremità che pareva si muovessero ad ogni suo comando, avrebbe raggiunto una posizione più comoda e all'improvviso tirò un calcio degno di un futuro Pelè. Luna si piegò in avanti, premendo più forte la mano sul ventre, e facendo una piccola smorfia di dolore, si mise seduta sulla riva, lasciando andare le gambe in avanti, fino a sfiorare con le dita dei piedi la soffice schiuma delle onde. Francesco trovò la posizione giusta per riuscire ad addormentarsi. Luna tolse le mani dal ventre e raccolse i lunghi capelli biondi in una coda perfetta, come la scia di luce che scendeva dalla luna ad accarezzare la superficie del mare.

 

Dallo stabilimento vicino le note di una musica a lei familiare si alzarono alte nel cielo.

 

"...Everybody was dancing in the monlight..."

 

Luna muoveva i piedi a tempo di musica. Francesco dormiva sognando di volare sopra una sfera bianca che galleggiava sull'oceano e osservava l'orizzonte attraverso il foro di un proiettile, che andava a forarle un occhio. Luna pensò che le sarebbe piaciuto un bel "viaggio nella luna", in pieno stile Meliès, e le tornarono alla mente le immagini di quel film fantastico, adorato dai suoi genitori. E ripensò al significato del suo nome. E il cuore si fermò nell'attimo passato di un ricordo.

 

Francesco si girò su un fianco, stirando le gambine. Luna sussultò, spostando il peso del corpo e della pancia su un lato, gli occhi persi a guardare l'orizzonte simulando con la mano un minuscolo canocchiale, anche se nel film, pensò, si trattava di un proiettile. Sorrise pensando a quanto poteva sembrar buffa in quel momento, vista dagli occhi di uno sconosciuto che si fosse trovato a passar lì per caso. Francesco rise di gusto, sognando di una donna col pancione, sdraiata di lato in riva al mare, con una buffa mano sopra l'occhio, a forma di proiettile.

 

E le note stonate di una canzone improvvisata al karaoke presero il sopravvento sul loro immaginario...

 

"...e guardo il mondo da un oblò... mi annoio un po'... Luna non essere gelosa, dai non fare la scema, il mondo è bello anche se visto da un'altalena...."

 

Luna se la canticchiava.

 

Francesco, più tranquillo, dormiva.

 

La luna da sopra l'oceano stava a guardare.

 

E uno sconosciuto che passava di lì per caso, osservò la scena di una donna incinta sdraiata su di un fianco, con una mano tamburellante sulla pancia e un'altra a forma di cono posata su di un occhio, intenta a cantare quella vecchia canzone ....

 

Francesco nel sonno muoveva le labbra, quasi fosse già capace di parlare, forse, canticchiare.

 

Luna continuava a intonare quel caro ritornello.

 

E anche il passante, così di botto, smise di camminare, si fermò a guardare la Luna e canticchiò sotto voce, tutto contento.

 

Luna spostò lo sguardo, notando un signore di quarant'anni fermo sulla riva del mare a guardare la luna e cantare. Lui si girò verso di lei, quasi avesse sentito il suo sguardo posarsi su di sè, repentinamente. Francesco nella pancia ebbe un sussulto: una piccola nota stonata dal cantante improvvisato al karaoke l'aveva disturbato. Madre e nonno si sorrisero l'un l'altro, facendosi cenno col capo di essersi riconosciuti. Poi tornarono con lo sguardo assente verso l'orizzonte, ognuno ai propri pensieri. La notte iniziava a farsi sempre più scura. L'aria estiva si faceva lentamente più fresca. La brezza accarezzava i loro pensieri, cullando l'anima di un futuro pilota, pronto a spiccare il primo volo verso un'esistenza che vale sempre la pena vivere, anche quando non hai un padre pronto a crescerti. Anche quando hai una madre appena diciottenne che sogna di cavalcare le onde del mare, fino a scalare la luna, a cavalcioni di un immenso proiettile. Anche quando tuo nonno sorride, fatalista, al destino. E la luna resta sempre a guardare.